Non ci posso credere che non ho piu' posti di controllo dinanzi a me, l'euforia di questa libertà mi imprime nuova forza sui pedali. Il pantano continua a farla da padrone e sprofondo con tutte le scarpe mentre spingo la bici sugli ultimi passi himalayani. Ogni giuorno spendo ore e ore per cercare un posto asciutto dove piantare la tenda ma non c'è un centimetro che faccia al caso mio. La strada tagli il ripidissimo versante della montagna ed è l'unico pezzo di terra calpestabile. Fradicio e sporco da farmi schifo bivacco in posti assurdi sotto un'incessante pioggia che mi inzuppa le ossa. In una mattina finalmente di sole, seguendo per l'ennesima volta il corso del mekong, mi imbatto in un cartello per niente vistoso con scritto "Yunnan province". Ho varcato i confini del Tibet, sono di nuoco in Cina. La mia impresa, il mio sogno è stato esaudito, ho compiuto ciò in cui credevo, inspiegabilmente non esulto, non scoppio in urla di gioia e lacrime come por mesi mi ero immaginato. Dentro di mè la consapevolezza che l'avventura deve ancora terminare mi placa l'entusiasmo, i passi sono ancora alti e pieni di neve, la strada non migliorerà nelle prossime settimane, ho ancora mille chilometri e il mio famoso cerchione oramai ha i minuti contati. Convinto continuo verso sud. Salita e ancora salita, salgo nuovamente sopra le cime imbiancate e chiuse dentro la folle morsa dell'inverno. Ieri caldo ora si gela, faccio fatica a piantare i picchetti della tenda sul suolo ghiacciato, la notte anche nel mio riparo sono parecchi gradi sotto lo zero. Ancora mi trovo ad essere in spaventoso ritardo sulla tabella di marcia, la strada continua con stremanti sali e scendi. Pensavo di avere pedalato già nelle condizioni più assurde e su qualsiasi terreno, rimango sconcertato quando mi trovo davanti a centinaia di chilometrri di strada tutta fatta di ciottoli. Disumano, sarà l'unico modo per salvaguardare queste rotte dalla neve e dal gelo ma pedalarci sopra sa da presa ingiro. In salita si fa il doppio della fatica e in discesa si deve pedalare e nello stesso tempo controllare le vibrazioni che sembrano possano svitarti ogni bullone della bici. Spesso mi fermo e sono in equilibrio tra il mettermi a piangere e piegarmi dalle risate, quest'ultima ha però sempre vinto. Degli ottanta chilometri al giorno pianificati ne copro al massimo trenta. Ad un certo punto il ciottolato svanisce e appare l'asfalto. Nero nero, appena fatto, liscio e velocissimo. Mi sembra Natale e scorro via come un missile sul falsopiano che mi stà portando lentamente a valle. E chi riesce ad andare piano con una pista così invitante, la bici è ancora carica di cinquanta chili di atrezzature, io sfogio ottanta e passa chili di zavorra ed ho solamente il freno dietro. All'udire un tremendo scoppio non mi sorprendo, la cameradaria è esplosa per la temperatura che ha raggiunto il cerchione; un freno solo fà troppo attrito e la ruota diventa incandescente. Riparo il tutto e ritorno a pedalare stando attento a non commettere di nuovo lo stesso errore ma non è cosa facile. Nei tempi a seguire mi esploderanno decine di cameradarie, adiruttura anche due al giorno. Basta questo è troppo e voglio farla finita con quest'avventura, pedalo a marcie forzate spesso anche di notte per divorare strada e passi. Arrivo a Shangrilà, la prima città della Cina. Doccia calda e letto pulito, poi faccio l'incontro di alcuni viaggiatori e rivedere gente come mè mi ricarica le batterie. Il nome leggendario è una trovata pubblicitaria cinese che ,deviando la storia, sostiene che la mitica città perduta sia questa ma non vè dubbio che invece si trovi in una valle in Pakistan. Adesso riprendo per la mia strada da ora mai più sterrata, non carico troppo cibo perchè è pieno di villaggetti e dell'acqua me ne faccio beffa inquanto puri ruscelli scendono tuttintorno a me. Per semplice fortuna mi imbatto in un gruppo di turisti che mi anticipano le sorprese che mi aspettano: deliziose città cinesi, ospitali minoranze etniche e perfino qualche occasione di assaporare un pò di vita notturna. Mi danno eccezionali informazioni su come e dove posso andare. Seguo una strada che non c'è nemmeno sulle mappe e arrivo nella città di Lijiang in una notte neanche tanto fredda. Stò cercando una guest hause ben specifica e dalle buie stradine una sorridente ragazza mi prende per mano e ,senza proferir parola, mi conduce proprio in questo luogo, magia forse? ma quando si viaggia questo è quotidiano. Sono ospite dei naxi una minoranza etnica di queste regioni, è tardi ma mi rifocillano per bene e accanto a me c'è un vivace gruppo di viaggiatori. Mi unisco a loro e d'incanto mi ritovo a confrontare idee e a cantar di sogni, che bello dopo tanto tempo ritornare a mettere in parole tutte le riflessioni fatte fino ad allora. Rinasco. L'ospitalità di questa gente lascia sconcertati, l'anziana mamma della famiglia si preoccupa che mangi abbastanza tutti igiornie e alla sera mi entra in camera per rimboccarmi le coperte, ha tutto un gusto di casa. Riparto dopo pochi giorni per Dali, un'antica cittadella dalle alte mura, un pò turistica ma consapevole di un fascino amagliatore. E' la Cina dei film, coi maestri di kong fu che calciano l'aria alla luce del tramonto sopra gli immensi bastioni. No mi stancherei mai di passeggiare per gli antichi viottoli, sento un'energia d'armonia. Con stupore scopro di non essere l'unico e molti europei hanno scelto questo luogo per viverci. Mai avrei immaginato un posto così in Cina, nel paese dove tutto è proibito, dove la libertà è tuttoggi un'utopia, quest'oasi di serenità sembra fuori luogo. In India potrebbe esitere Dali, ma quì e incredibile. Manca poco a Kunming la mia meta finale, però la strada è tremendamente trafficata e non ho vie alternative all'autostrada. In tre giorno copro i chilometri che mi mancano e ancora per caso trovo subito la guest hause che cercavo. E' impossibile per me esultare ancora, devo ritornare ad Hong Kong e rimettere la bici su diversi aerei per tornare a casa. Voglio tornare per Natale e impiego giorni a trovare lo scatolone e farci stare la mia fedele bici. Aspettare il rientro è un'attesa che ha del romantico, ho fatto l'impossibile ma mi sembra niente paragonato alla gioia di vedre la mia famiglia e i miei amici tutti. E' senza dubbio la fase del viaggio che preferisco in assoluto, il ritorno è lo scopo del mio andare. Prendo un'aereo, poi un'altro, faccio uno scalo e la mattina di natale sono in Italia. Fa freddo ma quello bello col sole che splende, alla vista dei miei gentitori una reazione di autodifesa non ci fa incrociare gli sguardi pagnati dalle lacrime. Abbracci e via veloci verso casa. Seimila chilometri e mesi di totale isolamento, un'avventura inimmaginabile e dopo tutto questo non mi sembra mai di essere partito. In questo mondo che ho lasciato, il tempo ha scandito solo cinque mesi di lenta e sempre uguale vita, in questo stesso tempo per me ne ho vissute mille di vite. Scarico i bagagli nel cortile di casa mia, l'enorme pianta di cachi e carica ma senza foglie, è sempre stata un'immagine triste per me ma non ora, abbraccio mia nonna e corro nella mia stanza. Cado in ginocchio con le mani tra i capelli e urlo, urlo da far tremare gli specchi, adesso è fatta. Nulla più mi può capitare, ne neve ne ghiaccio ne la bici ora sono più miei problemi. Sono finalmente al sicuro. Poi rivedo gli amici più cari, coloro ai cuali ho pensato nei momenti di sconforto...Mi sembra di destarmi da un sogno per riviverne un'altro.
Oggi a distanza di settimane sono ancora pervaso dall'euforia per aver esaudito un sogno, sensazione ideale sulla quale piantare i semi per altre vite strordinarie che devono ancora essere vissute.
venerdì 21 dicembre 2007
mercoledì 12 dicembre 2007
Come il cacciatore del bufalo purpureo
In questo fradicio villaggio non c'e' corrente elettrica e fa freddo, il pavimento della mia stanzetta senza finestre e' in terra battuta che per l'occasione e' cremoso paltano. Recupero due candele e prendo una decisione: per continuare il mio viaggio devo invertire i cerchioni mettendo quello ancora integro dietro cosi' da non distruggere totalmente quello rotto che forse riesco a salvare. Faccio decine di foto per ricordarmi come vanno montati i raggi e con pazienza li smonto uno ad uno. Il cerchione rotto lo piego con le mari, ha la consistenza di un hula hop e lungo la grossa crepa scaglie di alluminio si staccano. Sinceramente lo lancerei infondo la valle ma in qualche modo devo rimontarlo. Un lavoro infinito con mille incertezze ma alla fine le ruote sembrano assomigliare alle originali, tirare i raggi poi...a caso non avendo idea della giusta tensione da dargli. Quella dietro gira al millimetro mentra davanti sembra quella dei cartoni animati della disney ma funziona. Ovviamente il freno non lo posso usare ma ora ho quello dietro e di sicuro le cose miglioreranno. Passo la notte in bianco per le lunghe riparazioni, la mattina e' grigia di una bassa foschia pesante, poive leggermente e la strada e' una lingua di paltano rossastro. Inizio la salita delicatamente, quasi avessi paura di far male alla bici. Ogni minuto che passo sui pedali e' un piccolo miracolo, le ruote girano lente ma non ci sono problemi. Forse ho indovinato la giusta tensione dei raggi e il giusto angolo, forse sono davvero incredibilmente fortunato. Su per ore fino ad incontrare di nuovo la neve poi giu' per un'altra vallata di pini, sembra di essere a casa da quanto l'ambiente mi pare famigliare. La discesa non e' molto impegnativa e in poche ore arrivo nel fondovalle, e' ancora il Mekong questo grosso corso d'acqua; ma quante volte dovro' ancora passarlo prima di lasciarmelo alle spalle? Sinceramente non ne ho idea ma qualcosa mi dice che ci rivedremo ancora. La mattina mi sveglia un bel sole caldo, la strada e' decisamente migliore e di nuovo salgo. La pista rossa si arrampica con decine di tornanti e colora di ocra tutta la montagna, il verde intenso dei bassi cespugli e ancora la bianca neve sulla cima. Le bandiere cinesi sventolano su ogni casa tibetana (ovviamente una imposizione di Pechino) ma sono numerose quello messe alla rovescia in segno di sottile tacita protesta mascherata da una finta ignoranza. Arrivo per l'ennesima volta appena prima del tramonto sul passo, di nuovo fa un freddo della madonna e mi sembra buona cosa scendere di qua' in tempo zero. Ahh, grazie Luna! Vedo decentemente la strada e mi sento nelle condizioni di arrivare fino a Markam, l'ultimo grosso checkpoint prima del confine. Da queste parti e' piovuto di brutto e la "pista" che sto' seguendo e' impraticabile. Spingo nella notte su cinque centimetri di paltano,sono fradicio e sporco da fare schifo...vedo pero' le luci della citta' ed e' fatta anche per oggi. Cerco un posto asciutto per montare il campo e svengo stremato dalla fatica.
Un'altra mattina gelida, il fango sulla bici si e' ghiacciato e sembra cemento. Dovrei staccarlo a martellate ma sul cambio e freni non posso usare tale impeto. Fondo della neve e con l'acqua calda scongelo la bici, tutto gira. Sarebbe buona cosa superare questa citta' nelle tenebre ma ho riflettuto sui rischi che correrei e sopratutto so' che pulula di cani tra i quali quelli della polizia adestrati a mordere i ciclisti. Appena smontato il campo rimetto le ruote in ammollo sula strada, sta' facendo giorno e vedo chiaramente in lontananza le porte della citta'. Stavolta non sono invisibile grazie alla notte quindi dovro' stare molto piu' attento e silenzioso. I primi cani si fanno avanti sembrerebbe per curiosita' ma non posso rischiare, scendo dalla bici e li caccio con una fitta sassaiola, nemmeno un guaito. Le prime sbarre le passo con facilita', sembrano ancora dormire tutti. Poi pero' c'e' ne sono altre e vedo un po' di traffico di camion, li non dorme nessuno. Mi tengo sulla sinistra seminascosto dalla colonna di veicoli fermi per i controlli. Quando il primo parte lo seguo nella sua ombra e filo via come una sceggia. Sono fuori dall'abitato ma non posso credere che questa sia la strada principale per raggiungelo lo Yunnan, e' tutta buche e sassi...ovviamente fango ovunque. Mi trovo a pedalare in un cantiere di lavori interrotti dalle piogge, passerelle per guadare improvvisi torrenti e camion incagliati in qualche profonda pozza di paltano....in piu' piove. E' la tipologia della terra che rende il tutto un'odissea, e' simile ad argilla e l'acqua non filtra. Si formano piccole piscine dalla profondita' occulta e lo strato di melma sulla strada e' di almeno cinque centimetri. Pedalare neanche a pensarci e spingere sembra una delle sette fatiche di Ercole, accumuli di terra mi bloccano le ruote e spesso mi vedo costretto a trascinare la bici di traverso. Stamattina cercavo di preservarmi all'asciutto ma sprofondo in pozzanghere fino a sotto il ginocchio. Niente, non riesco ad andare avanti e lo sconforto torna a fami visita. Ma il brutto non doveva essere gia' passato, ma come' che mi trovo di nuovo nei casini? Ma le decisioni ,quando si vive in queste situazioni, sono davvero semplici da prendere perche' e' sempre e solo una: andare avanti. E allora su di nuovo in salita, i camion che incontro hanno le catene e non per la neve ma per districarsi meglio dal fango, poi caricano numerosi fogli di corteccia intrecciata che usano come antiscivolo quando slittano nelle pozzanghere. Un lago di melma mi sbarra la strda da parte a parte, ignoro di quanti centimetri e cerco di superarlo su un lato arrampicandomi sul ciglio e tenendomi in equilibrio sulla bici immersa fino ai pedali. Procedere e' difficilissimo e la terra sotto i miei piedi comincia a cedere, zolle di terra cadono lentamente in acqua e sotterrano le ruote. Tiro ma la bici non mi segue. Se la mollo perdo l'equilibrio e finisco dentro, spingo con tutto quello che mi rimane...E si sono proprio io. Mi ricordo ,in un bagliore di lucidita', il film "la storia infinita" quando il giovane Atreyu e il suo feddele cavallo Artax stanno attraversando la palude della tristezza, dove chi si fa sopraffare da quest'ultima rimane bloccato nel paltano e soccombe. Io no e tantomeno la mia bici, do strattoni fortissimi verso l'alto tanto da disincagliare le ruote dalla morsa del fango. Ora le borse riaffiorano e scedno in acqua, sprofondo rapidamente ma ho il tempo di sollevare la bici fino alla terraferma. Fatta! Che figata pero', io sono Atreyu e la mia bici Artax; ancora insieme per questo lungo viaggio per salvare il mondo che non sa piu' sognare.
Un'altra mattina gelida, il fango sulla bici si e' ghiacciato e sembra cemento. Dovrei staccarlo a martellate ma sul cambio e freni non posso usare tale impeto. Fondo della neve e con l'acqua calda scongelo la bici, tutto gira. Sarebbe buona cosa superare questa citta' nelle tenebre ma ho riflettuto sui rischi che correrei e sopratutto so' che pulula di cani tra i quali quelli della polizia adestrati a mordere i ciclisti. Appena smontato il campo rimetto le ruote in ammollo sula strada, sta' facendo giorno e vedo chiaramente in lontananza le porte della citta'. Stavolta non sono invisibile grazie alla notte quindi dovro' stare molto piu' attento e silenzioso. I primi cani si fanno avanti sembrerebbe per curiosita' ma non posso rischiare, scendo dalla bici e li caccio con una fitta sassaiola, nemmeno un guaito. Le prime sbarre le passo con facilita', sembrano ancora dormire tutti. Poi pero' c'e' ne sono altre e vedo un po' di traffico di camion, li non dorme nessuno. Mi tengo sulla sinistra seminascosto dalla colonna di veicoli fermi per i controlli. Quando il primo parte lo seguo nella sua ombra e filo via come una sceggia. Sono fuori dall'abitato ma non posso credere che questa sia la strada principale per raggiungelo lo Yunnan, e' tutta buche e sassi...ovviamente fango ovunque. Mi trovo a pedalare in un cantiere di lavori interrotti dalle piogge, passerelle per guadare improvvisi torrenti e camion incagliati in qualche profonda pozza di paltano....in piu' piove. E' la tipologia della terra che rende il tutto un'odissea, e' simile ad argilla e l'acqua non filtra. Si formano piccole piscine dalla profondita' occulta e lo strato di melma sulla strada e' di almeno cinque centimetri. Pedalare neanche a pensarci e spingere sembra una delle sette fatiche di Ercole, accumuli di terra mi bloccano le ruote e spesso mi vedo costretto a trascinare la bici di traverso. Stamattina cercavo di preservarmi all'asciutto ma sprofondo in pozzanghere fino a sotto il ginocchio. Niente, non riesco ad andare avanti e lo sconforto torna a fami visita. Ma il brutto non doveva essere gia' passato, ma come' che mi trovo di nuovo nei casini? Ma le decisioni ,quando si vive in queste situazioni, sono davvero semplici da prendere perche' e' sempre e solo una: andare avanti. E allora su di nuovo in salita, i camion che incontro hanno le catene e non per la neve ma per districarsi meglio dal fango, poi caricano numerosi fogli di corteccia intrecciata che usano come antiscivolo quando slittano nelle pozzanghere. Un lago di melma mi sbarra la strda da parte a parte, ignoro di quanti centimetri e cerco di superarlo su un lato arrampicandomi sul ciglio e tenendomi in equilibrio sulla bici immersa fino ai pedali. Procedere e' difficilissimo e la terra sotto i miei piedi comincia a cedere, zolle di terra cadono lentamente in acqua e sotterrano le ruote. Tiro ma la bici non mi segue. Se la mollo perdo l'equilibrio e finisco dentro, spingo con tutto quello che mi rimane...E si sono proprio io. Mi ricordo ,in un bagliore di lucidita', il film "la storia infinita" quando il giovane Atreyu e il suo feddele cavallo Artax stanno attraversando la palude della tristezza, dove chi si fa sopraffare da quest'ultima rimane bloccato nel paltano e soccombe. Io no e tantomeno la mia bici, do strattoni fortissimi verso l'alto tanto da disincagliare le ruote dalla morsa del fango. Ora le borse riaffiorano e scedno in acqua, sprofondo rapidamente ma ho il tempo di sollevare la bici fino alla terraferma. Fatta! Che figata pero', io sono Atreyu e la mia bici Artax; ancora insieme per questo lungo viaggio per salvare il mondo che non sa piu' sognare.
mercoledì 5 dicembre 2007
Senza un attimo di respiro
Ad ogni alba sembra fare sempre piu' freddo, oramai la tend non si scongela neanche col sole quindi la piego come fosse di cartone e in qualche modo la carico sulla bici. Le bottiglie ora ho cominciato a metterle sotto il sacco a pelo per non fare congelare l'acqua ma e' inutile e tutte le mattine granita o moyto per colazione. Dai che manca poco e poi si va verso sud incerca del caldo, piu' precisamente ho l'ultimo passo sopra i 5000m, dopo solo grandi dislivelli ma non dovro' piu' salire cosi' in alto a congelarmi le ossa. Il sole non si vede da oramai una settimana, fa freddo ma la salita un po' riscalda, salgo salgo e il tempo si fa piu' scuro. Sembra nevicare ma spero sia solo il vento che muove cristalli di ghiaccio dalle vette tutt'attorno a me. No, incomincia a nevicare di brutto. La strada in pochi minuti e' tutta bianca e non vedo che a pochi metri dal mio naso. Mi manca una vita prima di valicare quest'ultimo passo, devo assolutamente facrcela prima che la neve mi blocchi qui'. Tornare indietro non se ne parla, rischierei di non passare fino alla prossima primavera. Via si va! convinto ma stremato dalla fatica avanzo sempre pedalando in un equilibrio precario. Oramai ci sono dieci centimetri di neve sulla strada, le borse davanti incominciano a toccare, dopo un'ora mi e' impossibile pedalare e scendo a spingere come un dannato. Sembro uno spartineve e non si va piu' avanti, smonto le sacche e le carico dietro per poter proseguire ma con un peso cosi' sbilanciato la cosa e' tutt'altro che semplice. Anche stavolta sono in ritardo spaventoso, fra poco fara' buio. Non ho scelta, devo valicare il passo e scendere piu' che posso, se monto il campo da queste parti domani mi ritrovo con un metro di neve e sarebbe la fine del mio viaggio e dovrei abbandonare la mia bici. Spingo fino al limite del mio respiro, la quota e la fatica mi annebiano la mente, forse sto' facendo una cavolata ma vado su. Sbavo come un cane rabbioso ma non ho il tempo di chiudere le labbra dal bisogno d'ossigeno che hanno i miei polmoni. Vedo le bandiere di preghiera, le sento urlare squassate dal forte vento sulla vetta, rimonto le sacche davanti cosi' che frenino la mia discesa e sorrido nel pensare che oltre tutto questo ho pure un freno soltanto, ovviamnete quello davanti. Niente paura perche' spingo ancora e con forza, la neve mi arriva alle ginocchia. E giu', ma e' buio pesto e incomincia a fare davvero freddo. La neve non si placa ma devo mettermi in salvo se no torno a casa quando arriva il disgelo. Per ore scendo lentissimo dalla montagana, la neve sulla strada adesso e' poca ma continua a scendere dal cielo, la luna ricope di fluorescenza tutto attorno a me e contemplo l'immensita' di questo spettacolo anche se frastornato dalla paura per la mia situazione. Saranno le dieci di sera, mi sento un po' piu' tranquillo e mi guardo attorno per montare il campo. Miracolosamente vedo una capanna in rovina. Non c'e' il tetto ne finestre pero' la porta e' chiusa col lucchetto, non busso e la butto giu' con tutta l'adrenalina accumulata oggi. Recupero del legno dagli infissi rimasti senza vetri e dal pavimento marcio, con la benzin accendo un grande fuoco e mi sento definitivamente in salvo. Sento dei passi sulla neve, guardo fuori e ci sono quattro ragazzini tutti infreddoliti che vogliono entrare. Butto legna sul fuoco e ci sediamo attorno, hanno scarpette di tela fradice, ne guanti ne giacche pesanti. Provo a chiederrgli che diavolo ci fanno qua' su. Il loro autobus e' rimasto bloccato dalla neve infondo alla valle e loro stavano provando ad arrivare al prossimo villaggio a piedi. Tiro fuori tutto il cibo che ho e mangiamo tutti assieme, mi offrono tzmpa gia' mischiata col burro ma l'impasto e' congelato e impossibile da mangiare. Fondiamo neve per ore e beviamo del buon latte in polvere, caffe' no se no poi non dormo. Mi carico il piu' spavaldo sulle spalle per arrivare sul poco tetto che ci copre per scardinare i travi portanti, ci serve legna perche' si muore di freddo se il fuoco si spegne. Tutti e cinque avinghiato in silenzio a vedere le alte fiamme, si sorride ma nient'altro. Che razza di situazione sto' vivendo. Butto il sacco apelo li vicino e cerco di dormire ma e' un utopia. Sti ragazzini si mettono a fare un casino della madonna e distruggono tutto per fare lega da ardere. Niente, me la metto via, per stasera non si dorme e un po' mi girano perche' nonostante le mie imprecazioni in varie lingue non smettono di far cagnara. Sorge il sole e ne sono grato, mi preparo un po' di latte e li mando a quel paese. Mi spiegano che se si adormentavano il fuoco si sarebbe spento e il gelo li avrebbe colti nel sonno. Li guardo sbalordito e mi rendo conto che hanno addosso solo quattro stracci mentre io piumino e sacco da -30. Mi sento il piu' grande idiota che vive su questo pianeta. Praticamente non hanno dormito per restare vivi. Allora colazione per tutti e adesso non mi rimane neanche un biscotto da mangiare ma e' il minimo. Mi aiutano a mettre la bici sulla strada e riparto verso la valle. Non nevica piu' e non ho paura, monto in sella e pedalo ma mi parte la ruota davanti e cado, si fa per dire perche' le sacche si appoggiano alla neve e la bici si ferma a 45 gradi. La cosa non mi sembra tanto pericolosa, anzi mi diverto un sacco. Ovviamente mi devo scordare di toccare il freno, sarebbe un suicidio annunciato; per ridurre la velocita' vado a lato della strada cosi' che le sacche urtino la neve piu' alta. Vedo un grosso camion che sale lentissimo, non so dove vuole arrivare, la su c'e' piu' di un metro di neve. Comunque mi apre la discesa e il gioco e' fatto, penso. Non riesco a rimanere inpiedi sulle tracce lasciate dalle ruote, la neve schiaccita e' diventta come ghiaccio e allora procedo con la vecchia maniera. Dopo ore arrivo a due case e un negozietto. Ovviamente i biscotti che compero sono scaduti da anni ma non c'e' di meglio. Prendo il mio portafoglio per pagare e il ragazzo dall'alta parte tira fuori dalla giacca il suo, toglie la foto della sua famiglia e me lo porge. Mi fa capire che il mio e' tutto rotto e che mi regala il suo. Fame, freddo, solutidine e estrema fatica, tutto questo e' stato ripagato ampiamente da questo gesto per me commovente, Questo e' Tibet. Mi invita a scaldarmi nella sua capanna e mangio sti biscotti raffermi, asciugo i guanti e le mie scarpe ma sta' iniziando a nevicare di nuovo. Devo ripartire verso il fondovalle se no non sono tranquillo, basta con la neve adesso ne ho abastanza. Ancora si scende ma molto lentamente, ora c'e' poca neve e se cado qui' mi faccio male. La neve che scende si trasforma in pioggia mentra la strada diventa un torrente di paltano. E per finire "Stok!" rotto un'atro raggio della ruota dietro e ovviamente dalla parte del cambio. E allora spingo di nuovo sta bici che mi sta' facendo impazire. Arrivo vers sera in un villaggio, trovo da dormire da un cinese tutto contento perche' sa' che mi spillera' un sacco di soldi ma non ho scelta. Devo asciugarmi e trovare un modo per continuare il mio viggio verso il confine.
mercoledì 28 novembre 2007
L'inverno all'improvviso
Da adesso in poi l'asfalto me lo posso sognare ma tutto sommato la strada non e' poi messa cosi' male, questo mi fa ben sperare per il mio cerchine semidistrutto che, se sono fortunato, mi puo' portare ancora da qualche parte. Ho cannato di brutto le previsioni delle mie tappe, sono in ritardo alla grande ma in questa parte del Tibet i dislivelli sono allucinanti e le mie mappe poco precise e spesso mi trovo difronte salite inesistenti sulle carte. Scendo infondo a vallate per poi risalire su altipiani gelidi, duemila metri di dislivello sono niente da queste parti ma mi stanno sfiancando. Pero' i paesaggi sono unici e la consapevolezza di essere il solo occidentale a pedalare qui' adesso mi esalta. Ogni sera pianto la tenda in posti magnifici e il piu' delle volte cucino col la legna che da a tutto un sapore molto piu' romantico, meno romantiche sono le gelide mattine che mi vedono costretto a fondere il ghiaccio nelle mie bottiglie per poter prepararmi la colazione. I tebetani di queste terre sono prevalentemente contadini e allevatori di capre, nomadi come nel tibet occidentale non c'e ne sono molti quindi l'unico contatto che ho aviene nei pochi villaggi lungo la strada, la maggior parte dei quali sono costretto a passare con l'oscurita' perche' zeppi di polizia cinese. Una mattina come le altre scendo per una piccola ma bellissima valle, comincio ad avvertire freddo sotto le mie due paia di guanti, anche il mio piumino sembra essere insufficente. Sono in discesa ma pedalo lo stesso per muovermi in po' e non sentire il freddo sempre piu' pungente. Entro nell'ombra delle montagne e sulla strada solo ghiaccio, scendo dala bici e spingo con delicatezza. Qui' il sole non arriva mai e si gela. Ho tutti i miei vestiti addosso ma non bastano, il freddo aumenta sempre piu' e sento il gorgoglio del ghiaccio che si sta formando nelle mie borracce. Non ho idea di quanti gradi possano esserci infondo a questa valle ma poche volte in vita mia ho patito cosi' il freddo. Non posso pedalare ma devo uscire presto di qui' se no le cose si mettono male, scivolo pericolosamente ad ogni passo ma per fortuna la bici sempre attutisce le mie cadute. Rialzarsi poi e' un'impresa. Non vedo la fine di questa zona d'ombra, il sole e' la su in alto sulla cime delle montagne, devo arrivare la infretta che fra poco fa buio e io qui' non ci posso stare se no ci rimango secco. Spingo, cado, mi rialzo e ancora cado; ad un certo punto mi viene pure da ridere per quanto mi sento impedito. Il fiume che sto' seguendo trascina grandi zolle di ghiaccio che si incagliano sulle sponde, piano piano questo fenomeno aumenta e in un'ora la superfice dell'acqua e' completamente congelata. Per fermare un fiume deve fare davvero freddo, impressionato spingo piu' forte e con le ultime luci del giorno riesco ad arrivate in un pianoro abbastanza ampio da montare il campo. Secondo i miei calcoli domani mattina il sole arrivera' qui' appena dopo l'alba.
E' inverno pieno a quanto sembra e devo salire ancora parecchi passi prima di scendere dall'altopiano, la cosa non mi preoccupa e continuo per la mia stada inconsapevole di cosa mi aspetta. Pedalo dalla mattina alla sera col piumino addosso e due paia di guanti ma tutto sommato proseguo ad un buon ritmo, alcuni passi sono tenaci ma la strada e' in buone condizioni e da giorni no incontro ghiaccio. Dopo una lunghissima giornata sui pedali arrivo nella notte nel villaggio di Wanda e eludo il checpoint con facilita' passando per il retro di alcune capanne, una volta dentro cerco un posto caldo da dormire ma devo prima registrarmi alla polizia se no nessuno mi puo' ospitare. Non se ne parla nemmeno e opto per accamparmi fuori dal villaggio come il mio solito. Prima pero' mangio un boccone e imancabilmente il cinese ai fornelli mi frega alla grande coi soldi e apena cerco di protesatere mi minaccia di chiamare la polizia. Incazzato nero non ho scelta, pago e me ne vado il piu' infretta possibile da qui'. Alle porte del paese pero' due dolcissime ragazze mi offrono di dormre nel loro spartanissimo hotel. Accetto non con pochi dubbi ma la camera e' pilita e io sono stanco morto, lascio tutta la mia roba sulla bici che nascondo accuratamente dietro il caseggiato e svengo vestito. Mi svegliano grida e colpi sulla porta, merda e' la polizia...l'incubo si e' avverato. Non muovo un capello, trattengo il respiro. Uno parla in inglese, sono del PSB. Mi invitano ad uscire e sanno chi sono e bla bla bla. Tre secondi e decido di saltare dalla finestra, magari vogliono solo registrarmi ma stanno quasi buttando giu' la porta e in piu' sono le tre di mattina, dubito che vogliano solo chiedermi come sto'. Butto le quattro cose che ho dal primo piano e salto sul terrapieno difronte al muro della mia stanza. La bici e' qui' sotto ma per svignarmela devo arrivare alla strada e non mi sembra facile. Spingo lungo il retro del piccolo hotel, vedo la macchina della polizia nel cortile e non c'e' nessuno dentro. Posso aspettare qua' nascosto fin che non se ne vanno ma se magari vogliono dare un'occhiata ingiro? Via! salto su e pedalo piano piano fino alla strada, mi tengo coperto dall'angolo della albergo e per fortuna una curva mi aiuta a defilarmi. Salvo! e allora spingo con tutte le enegie che ho in corpo, via, lontano lontano. Oramai fara' giorno in poche ore, la luna mi mostrala strda, non mi fermo e pedalo nella notte tanto ci sono abituato.
E' inverno pieno a quanto sembra e devo salire ancora parecchi passi prima di scendere dall'altopiano, la cosa non mi preoccupa e continuo per la mia stada inconsapevole di cosa mi aspetta. Pedalo dalla mattina alla sera col piumino addosso e due paia di guanti ma tutto sommato proseguo ad un buon ritmo, alcuni passi sono tenaci ma la strada e' in buone condizioni e da giorni no incontro ghiaccio. Dopo una lunghissima giornata sui pedali arrivo nella notte nel villaggio di Wanda e eludo il checpoint con facilita' passando per il retro di alcune capanne, una volta dentro cerco un posto caldo da dormire ma devo prima registrarmi alla polizia se no nessuno mi puo' ospitare. Non se ne parla nemmeno e opto per accamparmi fuori dal villaggio come il mio solito. Prima pero' mangio un boccone e imancabilmente il cinese ai fornelli mi frega alla grande coi soldi e apena cerco di protesatere mi minaccia di chiamare la polizia. Incazzato nero non ho scelta, pago e me ne vado il piu' infretta possibile da qui'. Alle porte del paese pero' due dolcissime ragazze mi offrono di dormre nel loro spartanissimo hotel. Accetto non con pochi dubbi ma la camera e' pilita e io sono stanco morto, lascio tutta la mia roba sulla bici che nascondo accuratamente dietro il caseggiato e svengo vestito. Mi svegliano grida e colpi sulla porta, merda e' la polizia...l'incubo si e' avverato. Non muovo un capello, trattengo il respiro. Uno parla in inglese, sono del PSB. Mi invitano ad uscire e sanno chi sono e bla bla bla. Tre secondi e decido di saltare dalla finestra, magari vogliono solo registrarmi ma stanno quasi buttando giu' la porta e in piu' sono le tre di mattina, dubito che vogliano solo chiedermi come sto'. Butto le quattro cose che ho dal primo piano e salto sul terrapieno difronte al muro della mia stanza. La bici e' qui' sotto ma per svignarmela devo arrivare alla strada e non mi sembra facile. Spingo lungo il retro del piccolo hotel, vedo la macchina della polizia nel cortile e non c'e' nessuno dentro. Posso aspettare qua' nascosto fin che non se ne vanno ma se magari vogliono dare un'occhiata ingiro? Via! salto su e pedalo piano piano fino alla strada, mi tengo coperto dall'angolo della albergo e per fortuna una curva mi aiuta a defilarmi. Salvo! e allora spingo con tutte le enegie che ho in corpo, via, lontano lontano. Oramai fara' giorno in poche ore, la luna mi mostrala strda, non mi fermo e pedalo nella notte tanto ci sono abituato.
sabato 24 novembre 2007
L'avventura infinita
L'indubbio fascino di Lhasa mi ha stregato ma le mie gambe stanno scalpitando per ripartire di nuovo verso terre sconosciute. In tutto questo tempo sono rimasto ad osservare come si muovono le cose per andare nel Tibet oriebtale, l'inacessibile Kham. In pratica sembrerebbe impossibile e tutti gli avventurieri che ci hanno provato nell'ultimo periodo sono stati fermati e rimandati indietro dal PSB implacabile e letale in questa parte del paese. Ho informazioni riguardanti le ubicazioni dei vari chekpoint e le strade piu' nascoste per passare i grossi villaggi, in pratica ci sarebbero sette otto posti di blocco due dei quali inviolabili sembrerebbe. Perfetto, e' una missione impossibili... e a me quetsa parola piace da matti. Revisiono la bici da cima a fondo, spedisco a casa un po' di materiale superfluo e monto le gomme da strada per sfrecciare piu' forte. Sono pronto e gasato ma rimango un giorno in piu' per festeggiare il mio trentesimo compleanno con altri viaggiatori come me. Solo pochissimi hanno tentato l'intera attraversata del Tibet, i piu' che arrivano da Khasgar come me fanno rotta verso sud, in Nepal. Questo e' un buonissimo motivo per provarci. La mattina della partenza sono rintronato dalle troppe birre per la mia festa, ho ricevuto anche dei regali (ovviamente cibo) e adorno il mio mezzo coi palloncini e tutti i fronzoli che racatto dal pavimento della mia stanza. Il sole e' alto e fa caldo, pedalo sereno fra il traffico di Lhasa incurante di cio' che mi aspetta da li a qualche giorno. La strada e' asfaltata di fresco e i nuovi copertoni scivolano silenziosi quasi non conoscessero le regole fisiche dell'attrito. 140Km il primo giorno, spettacolare davero e butto giu' piu' o meno un itinerario e delle date su quando saro in questa o in quell'altra citta'. Dopo quattro giorni di immacolato viagiare supero il primo chekpoint di mattina prima dell'alba e qualche cane me la fa sudare dura ma al sorgere del sole sono gia' lontano e al sicuro. Il giorno seguente supero altri due posti di controllo nella notte inquanto lontani appena 20km uno dall'altro e impossibile da superare all'albe sperando nella copertura del buio (20km sono due ore di bici su questa strada). Tutto secondo i piani e facile sembrerebbe, i tibetani di questi luoghi continuano a stupirmi con la loro ospitalita' ma i cinesi perseverano con la loro innata tendenza a fregarmi i soldi ricarando cifre assurde per i miei pasti. Incominciano le salite, durissime perche' con dislivelli notevoli. Al mattino valico passi sopra i 5000m per poi trovarmi alla sera immerso in vallate tropicali a 2000m, e cosi' via per giorni e giorni. Un bel giorno sento un anomalo colpo al cerchione dietro, rotto un raggio. Su questa strada perfetta mi sembra anomalo, smonto la ruota e non ci posso credere: il cerchione e crepato per tutta l'intera circonferenza. E' aperto a meta' praticamente. La disperazione mi assale in un'attimo e mescolandosi allo sconforto per la fine del mio viaggio mi lascia senza reazioni. Sono nel mezzo del nulla, non passano camion o macchine, non posso raggiungere nessun paese inquanto mi arresterebbero all'istante e non c'e' possibilita' di sostituire il cerchine in tutta l'asia inquanto pezzo unici e speciale (28 pollici invecie che i comuni 26 di tutte le bici del mondo). Su un'altura vedo una baracca che sembra l'ideale per la notte, sono a 4500m e inizia a nevicare, la bici non puo' piu' essere montata, il mio peso spezzerebbe la ruota danneggiata. La spingo su per la collina, accendo il fuoco e penso al come uscire da questa situazione. Cambio il raggio rotto dalla parte del cambio e non ho la chiave per smontare gli ingranaggi, piego e tiro, deformo e stringo. Mi costa due ore di lavoro e il risultato e' decente, ora devo pensare a mettere il tutto abbastanza diritto. E' notte da un po', fa un freddo cane ma la bici sembra apposto adesso. Pero' il cerchione e' cosi' danneggiato che non posso usare il freno e quindi da oggi in poi avro' solo quello davanti. Alla mattina tutto procede decentemenete e le discese riesco a gestirle lo stesso, sembra passato questo problema finalmente. Cerco un buon luogo per piantare il campo abbastanza vicino al villaggio di Tangmi dove mi aspetta uno dei piu' temibili chekpoint di tutta la regione. Incredibile; ieri stavo inmezzo alla neve e ora sono infondo ad una valle in pantaloncini corti con un caldo infernale scacciando zanzare e bagandomi nel fiume per non sciogliermi. Sveglia alle cinque e ancora discesa, e' buio pesto, la luce della luna non arriva infondo a questa vallata e d'incanto l'asfalto sparisce e inizia una pista di paltano. Questo non era previsto, non ci voleva.La mia inutile pila non mi aiuta piu' di tanto, il rumore del fiume mi tiene alla larga dal margine della strda che nasconde un profondo precipizzio. Spesso il forte frastuono delle rapide rimbomba sulla parete della montagna e perdo completamente l'orientamento, sono costretto a fermarmi per ispezionare dove cavolo sono e dove scorrono le mie ruote. La mia marci rallenta incredibilmente e quando la salita incomincia sono in ritardo di un'ora, fra poco il sole sorgera' e saro' privo di alcuna copertura quando passero' per il villaggio. Ho pedalato cosi' spesso di notte che riesco a riconoscere gli animali dal riflesso dei loro occhi alla luce della mia torcia, mucche, cavalli e ucelli notturni vari. Spingo e spingo sui pedali come un dannato, posso spegnere la mia piccola pila adesso, c'e' luce abbastanza. Mi immagino il poiliziotto di turno che si sta' alzando tutto assonato, immagino i suoi occhi e spero che oggi non habbia voglia di fare nulla come spesso capita da queste parti. Vedo un sacco di camion fermi per l'ispezione, le sbarre sono ancora abassate il che e' un buo segno, staranno ancora tutti dormendo. Trascino la bici a raso terra e salto sui pedali e via, nessun runore e nessuno mi ha visto. Un chilometro dopo , appena svoltata una curva un'altra sbarra chiude la strada e un pulman e' li fermo con tutta la gente attorno e decine di poliziotti che li ispezionano uno a uno. Merda! hanno beccato un francese che tenta di entrare in tibet, li sento urlare incazzatissimi. Mi faccio piccolo piccolo e mi intrufolo nella folla ma mi sento tirare per un braccio. Fatta sono fregato. Mi portano in uno stanzino e, sempre urlando, mi sequestrano il passaporto. Sotto ad un lenzuolo sudicio vedo una bici con le sacche, no no no.Quesat e' la fine che fara' anche la mia, me la sequestrano e mi rispediranno a Lhasa. Aspetto due ore e un alto ufficiale arriva per chiedermi un sacco di cose in un inglese osceno, e s'incazza pure quando non capisco. Gli mostro i miei permessi scaduti e me li tira in faccia, tento di spiegargli che nessuno mi ha mai fermato o detto che io qui' non ci posso stare ma lo vedo sempre piu' rabbioso e intuisco che la situazione si sta' davvero mettendo malaccio. Se ne va, poi torna e cosi' via per ore e ore. Alla fine mi dice che devo pagare una multa e prendere il prossimo autobus per Lhasa, la bici me la spediranno assieme al passaporto quando gli telefonero' da la. Non esiste e protesto ma sempre col fare da uno che non sa' cosa ha commesso e assolutamente con gentilezza, qua' rischio il carcere. E' stata un'odissea ma alla fine ci accordiamo per solo la multa e continuare il viaggio a patto che se mi fermano ancora io non sono mai stato in quella stanza e non ho mai parlato con nessuno. Duecento yuan, venti euro... quasi sorrido. All'inizio vedevo la mia bici andata e io a Lhasa costretto a volare a Khatmandu, alla fine pago una ridicola somma e sono libero. Scappo letteralmente da quella caserma, via via piu' lontano possibile, e' pomeriggio quando finalmente supero questo villaggio d'iferno. Un cane mi guarda, passo...all'altezza delle mie caviglie si butta adosso ringhiando rabbioso, un calcio sul muso non lo scoraggia. Senti le ganasce chiudersi a vuoto e, sto' bastardo, mi azzanna le borse e mi blocca la bici all'istante. Cado incredulo dalla forza di questa besti, avro' fatto i 20 allora e ha fermato una mole del genere (io + bici siamo circa 130kg) in un baleno. Corro attorno alla bici che mi fa da scudo, mi sale l'adrenalina a mille e sto' cane lo voglio uccidere. Raccolgo due sassi senza guardare, fisso la besti negli occhi. Gli tiro due borbate da breve distanza e quella sulla testa lo fa demordere, se ne va ma non correndo. Rincaro la dose di pietre e cado seduto col fiatone e le gambe tremanti. La borsa attaccata e' strappata in piu' parti ma il contenuto e' salvo. Riparto e stavolta riempio la mia piccola borsa frontale di pietre, basta cani non ne posso piu'. Riprendo la salita felice di essere sopravissuto due volte nello stesso giorno, che sia finito l'asfalto da adesso fino in Cina non me ne puo' fregar di meno.
domenica 28 ottobre 2007
La vita secondo Phematashi
Da quando sono a Lhasa vado molto spesso alla mensa per i pellegrini che ho giusto soto la mia guest hause, Tukpa (zuppa di noodles e carne di yak) tre yuan (0.30 euro) o momo (grossi ravioli sempre di carne di yak) quattro yuan (0.40euro). E' un grande cortile coperto da una tettoia in plastica che lascia filtrare una luce verdasta, panche tutt'attorno ai muri e bassi banchetti traballanti. E' sempre pieno di gente e rigorosamente tibetani, nessun cinese metterebbe mai piede qui' dentro. Sui tavolini centinai di banconote di piccolo taglio (yuao 0.01 euro) che tutti mettono a disposizione delle generose donnine che instancabili passano con grossi termos a riempire i bicchieri di delizioso the dolce e poi direttamente si prendono il compenso. Lunghi pomeriggi sono stato qua' dentro da solo ad osservare quello che succede e a fantasticare sui diversi luoghi di provenienza di tutta questa folla. Giungono qui' da tutto il Tibet facendo viaggi anche di settimane per venire a pregare nel selciato davanti al tempio del Jokhang, il piu' sacro di tutto il paese. Molti cercano di cominicare e tra sorrisi e mimi riesco sempre a dire qualcosa e a capire molto di piu'. Una mattina pero' entro come al solito e un giovane ragazzo mi invita a sedermi al suo tavolo, incredibilmente parla inglese e inizziamo a chiaccherare del piu' e del meno bevendo the dolce. Le cose che mi ha raccontato hanno dell'incredibile.
Phematashi ha 26 anni e viene da Derge, un villaggio nel Kham proprio ai confini con la "Cina".
-(D) Come mai sei qui' a Lhasa? li chiedo incuriosito, non ha il fare di un pellegrino e veste bei vestiti all'occidentale.
-(P)La mia famiglia e' di pastori e a me non piace stare con le bestie, troppo freddo la su...poi non posso piu' tornare, i cinesi mi cercano.
Incuriosito come non mai li chiedo
-(D) Perche', hai combinato qualche casino nel tuo villaggio?
-(P) No,no. Quando avevo sedici anni sono scappato dal Tibet e sono andato a Daramsala in India per vedere il Dallai Lama. E me lo dice con una tranquillita' disarmante.
Rimango a bocca aperta e gli chiedo come cavolo ha fatto ad attraversare tutto il tibet fino al confine Nepalese e poi da li raggiungere le montagne indiane.
-(P) Siamo scappati in piu' di cento e bisognava stare attenti che se i cinesi ci vedevano ci sparavano. Mi ci son voluti due mesi per arrivare a Daramsala.
-(D) Ma come avete fatto a oltrepassare l'Himalaya?
-(P) Per un valico che i cinesi non conoscono e non troppo alto.
Io mi immagino questa lunghissima carovana di gente e animali che s'inerpica per piste ghiacciate su per montagne sconosciute ai piu'.
-(D) Ma il fraddo, la fame....
-(P) Eravamo tutti giovani e forti, e' stata dura ma siamo arrivati tutti al cospetto del Dallai Lama. Noi siamo nati su queste montagne e la dove le guardie cinesi morirebbero congelate noi possiamo bivaccare con qualche coperta di pelo di yak e un po' di tzampa. Poi in Nepal e in India e' facile, sono amici del popolo tibetano e gli ultimi chilometri gli abbiamo fatti in pulman.
Gli dico che io ci sono stato a Daramsala e subito si illumina.
-(P) La ho studiato il buddismo e ho imparato l'inglese. Sono rimasto in India per sette anni ma poi sono ritonato dalla mia famiglia. Li i cinesi quando mi hanno visto mi hammo chiesto dove sono stato tutto quest tempo e mi hanno arrestato per delle settimane. Appena mi hanno rilasciato sono scappato e sono venuto qui' a Lhasa.
-(D) E adesso cosa fai per vivere? Perche' non fai la guida col tuo perfetto inglese.
-(P) Le autorita' cinesi non mi danno il permesso di lavorare coi turisti tantomeno la licenza per una piccola attivita' cosi' compro e vendo cianfrusalie antiche di sottobanco.
-(D) Ma com'e' la convivenza con i cinesi? A questa domanda si apre una diga e si offre anche come interprete per tradurre i malcontenti della piccola folla che si e' creata intorno a noi.
-(P) Non c'e' integrazione e le autorita' insistono ancora oggi con una politica estremamente opressiva nei nostri confronti, una sera sono stato arrestato perche' portavo il colletto alzato del giubbotto.
Il gruppeto si anima ma qui' si puo' stare sicuri, non ci sono cinesi nei paraggi e Phematashi mi spiega le condizioni del presunoto aiuto che il governo di Pechino ha portato al paese.
-(P) Le strade, l'acqua, il telefono. Le strade sono state costruite per far muovere rapidamente le truppe cinesi lungo tutto il territorio, la stragrande maggioranza dei tibetani non possiede macchine ma piccole motrici per arare i campi. A noi non ci servono. L'acqua arriva solo nelle citta' nuove fatte dai cinesi, nei villaggi non c'e' e tantomeno l'elettricita' che il governo cinesi si e' impeganto a portare unicamente solo lungo la strada principale. La nuova ferrovia e' principalmente adibita al trasporto merci, inimmaginabili quantita' di materie prime, sacheggiate dal sottosuolo tibetano, raggiungono la cina attraverso questa velocissima via che pochissimi tibetani useranno per spostarsi. Questo cosidetto progresso e' solo un'opera di colonozzazione che giova solamente ai cinesi che vivono in tibet e a noi non porta nulla. Perfino il turismo e' nelle mani di Pechino e noi ci accontentiamo delle briciole.
-(D) Ma perche', nonostante tutto questo, il Tibet e' il paese in cui ho visto piu' gente sorridere?
-(P) E' la nostra fede e la nostra speranza di un paese libero che ci permettono di essere sereni, ma ogni tibetano e' felice fuori ma non cosi' tanto dentro. Tutti portano il pesante fardello di non essere liberi e di vivere in un paese represso da piu' di cinquant'anni di sopprusi.
-(D) Se devo essere onesto l'intera comunita' mondiale non si cura affatto della liberta' del Tibet. Ma voi sperate davvero in un paese di nuovo libero?
-(P) Ogni tibetano crede questo. La maggiorparte delle preghiere dei fedeli lungo i kora (percorsi di pellegrinaggio) sono rivolte alla liberazione del Tibet.
Cerco di smorzare un po' i temi della discussione che l'intera mensa sta' scoppiando.
-(D) Domani voglio andare a visitare i templi della capitale, qual'e' la loro storia?
Niente da fare, Phematashi non risponde alla mia domanda come vorrei.
-(P) Il biglietto d'ingresso va al governo di Pechino e tutte le banconote che i fedeli mettono sulle statue di Buddha e sulle figure sacre vengono rastrellate tutte le sere e vanno a sommarsi al profitto dei cinesi.
Resto stupefatto.
-(P) Per entere nel Potala anche noi tibetani dobbiamo pagare e abbiamo dei giorni ben definiti.
Le autorita' cinesi hanno lasciato in piedi pochissimi monasteri durante la rivolizione culturale, adesso ne stanno restaurando alcuni ma solo per i turisti non per i tibetani.
La conversazione continua poi piu' legera. Al momento di uscire dalla mensa mi avverte che potrebbe avere dei problemi se viene visto parlare con degli stranieri, non essendo una guida non si spiegherebbe il suo perfetto inglese.
Ci lasciamo con un abbraccio e gli prometto che non entrero' nei templi a pagamento.
E si, ma la voglia e' tanta e la mattina alle sei e mezzo sono impiedi davanti al Jokhang cercando una maniera di infiltrarmi dentro. Mischiarmi coi pellegrini e' improbabile, la mia barba risalta troppo. Scavalcare il muro non se ne parla. Mi accovaccio vicino ad una porta sul retro che di tanto in tanto vedo aprirsi. Aspetto illuminato da un'immensa luna piena. Si apre, corro dentro scusandomi col monaco che ha fatto scivolare il chivistello...tre passi e vengo braccato da due poliziotti. Anche sta volta la tecnica del "non so" e dello sguardo vago funziona, mi cacciano a forza ma senza tanti casini. Niente, domani ne studiero' un'altra per varcare la porta del tempio piu' sacro del tibet senza andare a rimpinzare le tasche del governo cinese.
Phematashi ha 26 anni e viene da Derge, un villaggio nel Kham proprio ai confini con la "Cina".
-(D) Come mai sei qui' a Lhasa? li chiedo incuriosito, non ha il fare di un pellegrino e veste bei vestiti all'occidentale.
-(P)La mia famiglia e' di pastori e a me non piace stare con le bestie, troppo freddo la su...poi non posso piu' tornare, i cinesi mi cercano.
Incuriosito come non mai li chiedo
-(D) Perche', hai combinato qualche casino nel tuo villaggio?
-(P) No,no. Quando avevo sedici anni sono scappato dal Tibet e sono andato a Daramsala in India per vedere il Dallai Lama. E me lo dice con una tranquillita' disarmante.
Rimango a bocca aperta e gli chiedo come cavolo ha fatto ad attraversare tutto il tibet fino al confine Nepalese e poi da li raggiungere le montagne indiane.
-(P) Siamo scappati in piu' di cento e bisognava stare attenti che se i cinesi ci vedevano ci sparavano. Mi ci son voluti due mesi per arrivare a Daramsala.
-(D) Ma come avete fatto a oltrepassare l'Himalaya?
-(P) Per un valico che i cinesi non conoscono e non troppo alto.
Io mi immagino questa lunghissima carovana di gente e animali che s'inerpica per piste ghiacciate su per montagne sconosciute ai piu'.
-(D) Ma il fraddo, la fame....
-(P) Eravamo tutti giovani e forti, e' stata dura ma siamo arrivati tutti al cospetto del Dallai Lama. Noi siamo nati su queste montagne e la dove le guardie cinesi morirebbero congelate noi possiamo bivaccare con qualche coperta di pelo di yak e un po' di tzampa. Poi in Nepal e in India e' facile, sono amici del popolo tibetano e gli ultimi chilometri gli abbiamo fatti in pulman.
Gli dico che io ci sono stato a Daramsala e subito si illumina.
-(P) La ho studiato il buddismo e ho imparato l'inglese. Sono rimasto in India per sette anni ma poi sono ritonato dalla mia famiglia. Li i cinesi quando mi hanno visto mi hammo chiesto dove sono stato tutto quest tempo e mi hanno arrestato per delle settimane. Appena mi hanno rilasciato sono scappato e sono venuto qui' a Lhasa.
-(D) E adesso cosa fai per vivere? Perche' non fai la guida col tuo perfetto inglese.
-(P) Le autorita' cinesi non mi danno il permesso di lavorare coi turisti tantomeno la licenza per una piccola attivita' cosi' compro e vendo cianfrusalie antiche di sottobanco.
-(D) Ma com'e' la convivenza con i cinesi? A questa domanda si apre una diga e si offre anche come interprete per tradurre i malcontenti della piccola folla che si e' creata intorno a noi.
-(P) Non c'e' integrazione e le autorita' insistono ancora oggi con una politica estremamente opressiva nei nostri confronti, una sera sono stato arrestato perche' portavo il colletto alzato del giubbotto.
Il gruppeto si anima ma qui' si puo' stare sicuri, non ci sono cinesi nei paraggi e Phematashi mi spiega le condizioni del presunoto aiuto che il governo di Pechino ha portato al paese.
-(P) Le strade, l'acqua, il telefono. Le strade sono state costruite per far muovere rapidamente le truppe cinesi lungo tutto il territorio, la stragrande maggioranza dei tibetani non possiede macchine ma piccole motrici per arare i campi. A noi non ci servono. L'acqua arriva solo nelle citta' nuove fatte dai cinesi, nei villaggi non c'e' e tantomeno l'elettricita' che il governo cinesi si e' impeganto a portare unicamente solo lungo la strada principale. La nuova ferrovia e' principalmente adibita al trasporto merci, inimmaginabili quantita' di materie prime, sacheggiate dal sottosuolo tibetano, raggiungono la cina attraverso questa velocissima via che pochissimi tibetani useranno per spostarsi. Questo cosidetto progresso e' solo un'opera di colonozzazione che giova solamente ai cinesi che vivono in tibet e a noi non porta nulla. Perfino il turismo e' nelle mani di Pechino e noi ci accontentiamo delle briciole.
-(D) Ma perche', nonostante tutto questo, il Tibet e' il paese in cui ho visto piu' gente sorridere?
-(P) E' la nostra fede e la nostra speranza di un paese libero che ci permettono di essere sereni, ma ogni tibetano e' felice fuori ma non cosi' tanto dentro. Tutti portano il pesante fardello di non essere liberi e di vivere in un paese represso da piu' di cinquant'anni di sopprusi.
-(D) Se devo essere onesto l'intera comunita' mondiale non si cura affatto della liberta' del Tibet. Ma voi sperate davvero in un paese di nuovo libero?
-(P) Ogni tibetano crede questo. La maggiorparte delle preghiere dei fedeli lungo i kora (percorsi di pellegrinaggio) sono rivolte alla liberazione del Tibet.
Cerco di smorzare un po' i temi della discussione che l'intera mensa sta' scoppiando.
-(D) Domani voglio andare a visitare i templi della capitale, qual'e' la loro storia?
Niente da fare, Phematashi non risponde alla mia domanda come vorrei.
-(P) Il biglietto d'ingresso va al governo di Pechino e tutte le banconote che i fedeli mettono sulle statue di Buddha e sulle figure sacre vengono rastrellate tutte le sere e vanno a sommarsi al profitto dei cinesi.
Resto stupefatto.
-(P) Per entere nel Potala anche noi tibetani dobbiamo pagare e abbiamo dei giorni ben definiti.
Le autorita' cinesi hanno lasciato in piedi pochissimi monasteri durante la rivolizione culturale, adesso ne stanno restaurando alcuni ma solo per i turisti non per i tibetani.
La conversazione continua poi piu' legera. Al momento di uscire dalla mensa mi avverte che potrebbe avere dei problemi se viene visto parlare con degli stranieri, non essendo una guida non si spiegherebbe il suo perfetto inglese.
Ci lasciamo con un abbraccio e gli prometto che non entrero' nei templi a pagamento.
E si, ma la voglia e' tanta e la mattina alle sei e mezzo sono impiedi davanti al Jokhang cercando una maniera di infiltrarmi dentro. Mischiarmi coi pellegrini e' improbabile, la mia barba risalta troppo. Scavalcare il muro non se ne parla. Mi accovaccio vicino ad una porta sul retro che di tanto in tanto vedo aprirsi. Aspetto illuminato da un'immensa luna piena. Si apre, corro dentro scusandomi col monaco che ha fatto scivolare il chivistello...tre passi e vengo braccato da due poliziotti. Anche sta volta la tecnica del "non so" e dello sguardo vago funziona, mi cacciano a forza ma senza tanti casini. Niente, domani ne studiero' un'altra per varcare la porta del tempio piu' sacro del tibet senza andare a rimpinzare le tasche del governo cinese.
lunedì 22 ottobre 2007
Finalmente Lhasa
Per ore sono stato davanti alla mappa del Tibet per scrutare quale poteva essere la strada piu' interessante per arrivare a Lhasa, alla fine ho scelto di dirigermi verso sud allungando di qualche giorno il viaggio ma evitando cosi' i posti infestati dai turisti. Scelta azzeccata e lungo la sconfinata pianura gruppi di contadini che setaggiano l'orzo (la farina tostata diventa Tzampa, alimento base per i tibetani) mi invitano continuamente a bere birra appunto d'orzo. Sono costretto a ridurre le mie pause lungo i campi se no mi ubriaco, piu' di una voltga ho sentito l'alcol scorrere sulle gambe dopo momenti di relax coi tibetani. Piu' nessuno chiede "mony" ne i bambini accorrono con le mani tese, sono di nuovo tra la vera gente, tra i puri che mi vedono come qualcosa di nuovo e interessante e non come un bianco con i soldi. Incredibili velocita' riesco a tenere lungo tutto il giorno, distanze che prima percorrevo in due giorni di sudore e fatica oggi le copro in un giorno senza spingere troppo sui pedali. Ancora qualche passo sopra i 5200m mi separa dalle grandi citta dello Tsangt (la regione del Tibet centrale) ma l'asfalto liscio come marmo mi facilita incredibilmente le salite. Visito i grandi monasteri della regione scampati in parte alla follia distruttrice delle guardie rosse durante la rivoluzione culturale cinese, mi sento la controfigura di Bread Pit in sette anni in Tibet ma poi orde di turisti da tutto il mondo entrano con fragorosa cagnara a importunare i monaci ficcandogli obiettivi in gola o rincorrendloli con macchinette usa e getta con la pretesa di fare uno scatto originale. Non mi resta altro che appartarmi e aspettare la chiusura dei monasteri ai visitatori per aggirarmi tutto solo per le viuzze assaporando l'ormai famigliare odore del burro che brucia e fingendo un'aria stupita quando le autorita' cinesi mi invitano gridando ad uscire oramai dopo il tramonto. Preferisco non passare mai la notte nelle citta' e mi accampo appena fuori le mura, cosi' al mattino ho sempre buona compagnia con ragazzini e contadini che mi aiutano a ripiegare la tenda e il piu' delle volte insistono col voler brindare alla mia partenza con laloro acidula birra ma li placo offrendogli il mio piu' salutare cafellatte con biscotti. Svolto ancora una volta per una stradina chiusa al traffico, salgo per una stratta valle gelida contornata da immense montagne con ghiacciai che giungono quasi fin sulla strada. Devo richiudere la bocca rimasta aperta dallo stupore perche' mi stanno saltando i denti dal gelo, qua' su fa di nuovo freddo da paura e una notte qua' su mi congelerebbe le ossa. Decido di valicare il passo e di perdere quota, sta' facendo buio ma la luce della luna quasi piena, riflessa dai ghiacciai,mi mostra la strada fino a valle. Trovo riparo sotto un grosso masso e al mattino un branco di caproni di montagna mi costringono a levare le tende di buon ora bersagliandomi di sassi dall'alto di impressionanti rupi che qui' mi circondano. Ancora discesa gelida fino al lago sacro Yamdrok. Giornata memorabile lungo la frastagliata sponda fino all'ultimo passo prima della capitale. Ovviamente mi accampo dove la vista e' migliore ma il freddo vuole il suo tributo. Dall'alto dei miei 5000m ho tra i piu' bei tramonti della mia vita e non sazio metto la sveglia alle sette per non perdermi neanche l'alba. Durante le mie continue uscite notturne dalla tenda per andare al bagno scorgo riflesso nel cielo un timido bagliore che deduco essere quello delle luci di Lhasa, la capitale e' vicina e se avro' fortuna domani pedalero' al cospetto del Pothala. Aspetto l'arrivo del sole che mi scongela la tenda e l'acqua per la colazione, davanti a me ho piu' di trenta chilometri di discesa e ho un po' di preoccupazione per i miei freni che raggiungeranno temperature altissime, dovro' andare adagio per salvaguardare i miei cerchioni preziosissimi e insostituibili in questa parte del pianeta. Metto le cuffie e indosso tutto quello che ho, parto in bicchiata cantando a scuarciagola facendo mille schinche per evitare le jeep de turisti che dalla capitale si accontantano di arrivare solo fino al passo per il panorama. Che ridere, mi si congela la mascella e sbiascico parole incomprensibili ma sono felice e innamorato dei miei pensieri arrivo troppo infretta al fiume Bramaputra che oltrepasso per l'ennesima volta. Sono di nuovo nella Friendschip HW, il traffivo mi soffoca ma sono vicino a Lhasa e non ci faccio piu' di tanto caso. Pulman pieni di turisti quasi sbandano quando tutti quelli muniti di macchina fotografica si spostano sul lato destro per farmi foto dai finestrini chiusi. Fabbriche cinesi coprono la vista del Photala, una volta era la piu' imponente costruzione del Tibet e da qualsiasi punto della valle la si poteva vedere, ora ciminiere e fonderie sembrano volontariamente tentare di sovrastarlo a significare l'opressione del progresso sulla religione. Quasi ci credo pure io, dal cartello "Lhasa" oramai sto' pedalando da piu' di un'ora in una anonima citta' cinese come tutte le altre. Eccolo! l'ho intravisto tra il traffico infernale, svolto per una stradina, salgo su marciapiedi e evito auto impazzite. Spero nessuno osi attraversarmi la strada perche' non posso guardare avanti, sono rapito dall'imponenza di questo palazzo ex residenza del Dalai Lama e simbolo dirompente del buddismo in tutto il mondo, ringrazio gli dei di questo mondo di averlo protetto dalle guardie rosse e preservato all'umanita'. SONO A LHASAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!. Non ho il cavalletto e quindi butto perterra la bici, accendo la videocamera e alla meno peggio imortalo questo momento desiderato da una vita. Felicita', adrenalina e una immensa soddisfazione.
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